Oro

Metallo prezioso per eccellenza. Simbolo stesso di ricchezza e regalità. L'oro è stato sempre visto dall'uomo come un qualcosa di affascinante, da possedere. Con il quale decorare e decorarsi, qualcosa da mostrare e ostentare. Qualcosa per cui rischiare la vita o scatenare guerre. 
In natura si presenta allo stato nativo, quasi mai in cristalli ma sottoforma di pagliuzze o pepite nei depositi alluvionali: celebri sono quelli dello Yukon, in territorio americano, dove si è svolta nel secolo scorso (e dove si sta svolgendo nuovamente oggi) la famosa "Gold Rush", la corsa all'oro.
Sono molti i racconti mitologici greci basati sul lucente metallo: dal celebre re Mida in grado di tramutare in oro qualunque cosa toccasse, ai pomi delle Esperidi, delle mele dorate presenti in una delle fatiche di Eracle. Ma c'è un altro oggetto mitologico fatto d'oro sul quale è incentrata una grandissima avventura, un poema epico antecedente l'Iliade e l'Odissea. Questa è la storia del Vello d'Oro. Questa è la storia di Giasone e della spedizione degli Argonauti.
 
 
A sinistra, rari cristalli di oro (fonte: marinminerals.com); a destra la "Welcome Stranger", la più grande pepita d'oro mai trovata. Dimensioni 60x30 cm, per un peso complessivo di oltre 70 Kg. Trovata per caso da due cercatori a fine '800, in Australia, sotto un albero lungo la riva di un torrente, alla fine di un arcobaleno...ah no quella è un'altra cosa. (fonte: historyonair.com).
 
ORCOMENO! Che non è un'imprecazione, come potrebbe in effetti suonare, bensì un'antica città della Grecia. Il re di questa città, Atamante, aveva sposato la bella Nefele e da lei aveva avuto due figli: Frisso (il maschio) ed Elle (la femmina). Il buon Atamante però ad un certo punto della sua vita si invaghì perdutamente di un'altra donna, Ino; per questa nuova fiamma, arrivò al punto di ripudiare la prima moglie e risposarsi. Ino però, nutriva dell'astio nei confronti dei figli di primo matrimonio di Atamante, e meditava segretamente di sbarazzarsene. Si lo so, la matrigna cattiva, i 
poveri fratellini disgraziati...ci manca solo la casetta di marzapane e poi sembra una favola dei fratelli Grimm. Comunque, la perfida Ino architettò un piano davvero diabolico: per prima cosa pagò dei sicari per dare fuoco nottetempo a tutti i campi coltivati, dopodiché falsificò la firma di Zeus su un oracolo il quale asseriva che l'unica via possibile per salvare il regno dalla carestia, fosse il sacrificio del figlio maschio del re. Atamante, in lacrime, portò il povero Frisso in cima ad una collina pronto ad eseguire la volontà del padre degli dèi. Si lo so, il dio severo, il sacrificio del figlio...ci manca solo l'angelo sceso dal cielo e poi sembra l'Antico Testamento. Comunque, al posto dell'angelo scese effettivamente dall'Olimpo il grande Eracle, che distolse il re dal suo macabro proposito. Zeus intanto, intuendo che Frisso e la sorella Elle non avrebbero avuto proprio vita facile se fossero rimasti ad Orcomeno, inviò una leggendaria creatura in loro soccorso. Il mitico animale si presentò a Frisso dicendo "Il mio nome è Crisomallo, sono un ariete, che poi per chi non lo sapesse sarebbe il maschio del genere degli ovini...sono qui per portare te e tua sorella in salvo. Cosa c'è, sei sorpreso dal fatto che io abbia le ali, oppure dalla vista del mio manto dorato??" - "Più che altro sarei sorpreso dal fatto che tu PARLI...ma tanto da quando mi hanno detto che "Orcomeno" non è un'imprecazione, non mi sorprende più nulla..." rispose Frisso.
Così l'ariete dal vello d'oro si caricò sul groppone Frisso ed Elle e, sulle note della colonna sonora de "La Storia Infinita", partì in volo verso il Mar Nero, dove aveva avuto ordine di recapitare i due.
Mentre sorvolavano l'attuale stretto dei Dardanelli, Crisomallo iniziò a sentirsi stanco e chiese a Frisso di buttare giù qualcosa per alleggerire il carico. Frisso per tutta risposta disse "E che problema c'è.", e buttò in acqua la povera Elle, in quel tratto di mare che, infatti, fu anticamente chiamato Ellesponto. Il viaggio proseguì fino all'arrivo nella regione della Colchide, l'attuale Georgia (Georgia caucasica eh, non statunitense). Qui Crisomallo disse "Sai, dovresti proprio fare qualcosa per ringraziare Zeus." e 
 

Frisso replicò "Beh ho saputo che Zeus rifiuta i sacrifici umani, ma non ha mai detto niente contro i sacrifici animali...". Così Frisso uccise l'ariete, lo sacrificò a Zeus, e poi donò il vello d'oro al re locale, Eete, ottenendo in cambio la mano di sua figlia. Dopo poco tempo però, Eete venne a sapere da un oracolo che sarebbe morto per mano di un discendente di Eolo, e saputo che Frisso era per l'appunto un parente alla lontana del dio dei vénti, lo fece uccidere. E insomma, questi oracoli ne facevano di guai eh.
 
Frisso a cavallo dell'ariete dal vello d'oro, sua sorella Elle in mare. Come nella foto di Coppi e Bartali con la borraccia, non sapremo mai se la stava aiutando o l'aveva appena lanciata in acqua. (fonte: it.wikipedia.org)
 
A questo punto operiamo una prolessi…prolessi si, sarebbe un flashforward…vabbè andiamo avanti di qualche anno insomma! E spostiamoci in un’altra città della Grecia, l’antica Iolco (l’odierna Volo, in Tessaglia). Il re Creteo, ha appena fatto una cosa che di solito quando è un sovrano a farla, crea non pochi disagi: è morto. Per la sua successione si candida l’unico figlio naturale Esone, però purtroppo per lui il suo fratellastro Pelia, figlio del dio dei mari Poseidone, sfrutta le potenti amicizie del padre per farsi piazzare sul trono. Tutto il mondo è sempre stato paese. Pelia non contento, per paura di essere in futuro detronizzato, decide di far sterminare tutti i figli di Esone (qualcuno ha detto Erode?)…soltanto un bimbo sfugge alla strage degli innocenti, il primogenito Giasone. La madre infatti lo affida segretamente al centauro Chirone, figura mitologica molto importante, benevolo, saggio, esperto nelle arti, nelle scienze, nella medicina, maestro di quasi tutti gli eroi greci da Eracle ad Achille a Teseo, una specie di incrocio tra Gandalf e Albus Silente, ma col corpo di cavallo. Chirone per sottrarre il piccolo Giasone dalle grinfie del perfido re Pelia, lo porta con sé sul monte Pelio (grande fantasia nei nomi, lo so). Qui Giasone cresce abile e forte tanto nel fisico quanto nell’intelletto. Un eroe completo insomma, coraggioso come un Achille e scaltro come un Odisseo, e pure bello come un Adone, il che non guasta mai. Un eroe moderno ecco, come quegli attaccanti che ti fanno anche la fase difensiva e che tanto piacciono agli allenatori di oggi. Intanto alla corte di Iolco, il re Pelia continuava a consultare oracoli ogni tanto, così per stare sul sicuro. Un giorno ad uno di questi chiese “Specchio specchio delle mie brame, dimmi chi è il più figo del reame?” e l’oracolo rispose “Re Pelia io ti metto in guardia, il tuo regno finirà! Abbi timore…abbi timore dell’uomo con un solo sandalo!” – “Si, bevi un altro pò.” rispose Pelia con noncuranza. Giasone nel frattempo aveva terminato il suo apprendistato, ed era pronto a recarsi dal re per reclamare quel trono che era suo di diritto. Si lo so, il fratello del re che usurpa il trono, il giovane legittimo erede che viene esiliato, si allena con un vecchio saggio e poi torna per riprendersi il maltolto…mancano solo Pumbaa e Timon e poi sembra Il Re Leone.
 
Giasone si incammina verso Iolco. Nel suo viaggio incontra una vecchietta che cerca di guadare un torrente e decide di aiutarla (esatto, i torrenti nella mitologia greca erano l’equivalente delle strade trafficate). Nel far questo però, inciampa su un ciottolo, facendosi peraltro malissimo al mignolo, e perde un sandalo. Si presenta quindi così al cospetto di Pelia che quando lo vede, ricordandosi dell’oracolo, esclama “Uuuuh, ‘tacci tua!!!!!”. Giasone parla “Sono Giasone, figlio di Esone, re degli Andali e dei Primi Uomini, Lord dei Sette Regni e Protettore del Reame…”, Pelia lo interrompe “Si vabbè, generale delle legioni Felix, servo leale dell'unico vero imperatore Marco Aurelio. Padre di un figlio assassinato…marito di una moglie uccisa...e avrò la mia vendetta...in questa vita o nell'altra! Che vogliamo fare una gara di citazioni?? Lo hanno capito tutti che vuoi il mio trono. Però non è che basta venire qui con un sandalo solo a fare lo splendido! Te lo devi guadagnare. Ti farò un’offerta che non potrai rifiutare…”.
 
E così, Pelia propose a Giasone di partire alla volta della Colchide e di riportargli il leggendario vello d’oro, in cambio del quale gli avrebbe ceduto il posto senza colpo ferire.
Giasone accettò di buon grado.
Solo quando avevano già fatto giurin giurello però, Giasone scoprì che:
 
1-      la Colchide era un attimino lontanuccia.
 
2-      il viaggio sarebbe stato costellato di pericoli di ogni genere e specie.
 
3-      il vello era di proprietà di un certo re Eete.
 
4-      non è che il re Eete smaniasse proprio dalla voglia di cedere l’oggetto, tanto è vero che
 
5-      ci aveva piazzato a protezione un bel drago.
 
Risultava evidente che per riuscire nell’impresa il nostro Giasone avrebbe avuto bisogno di rinforzi, così iniziò a mandare araldi in tutta la Grecia per reclutare una vera e propria squadra di all-star.
 
Fra i più di cinquanta compagni radunati, ricordiamo:
Orfeo, mitico poeta, colui che col suono della sua lira era in grado di placare qualunque bestia; alla Lira è dedicata una costellazione.
I gemelli spartani Castore e Polluce (noti anche come i Diòscuri, cioè i figli di Zeus), perché avere dei guerrieri spartani appresso faceva sempre comodo. Sono loro i gemelli della costellazione dei Gemelli.
 
Peleo, futuro padre di Achille; Laerte, futuro padre di Odisseo; Telamonio, futuro padre di Aiace; per la serie: la genetica non va a casaccio.
 
Atalanta, la vergine cacciatrice infallibile nel tiro con l’arco, e chi si immagina una specie di Catniss della serie The Hunger Games, immagina bene. A lei non è dedicata una costellazione, bensì la squadra di calcio di Bergamo.
 
Eracle, il più forte semidio in circolazione, quello delle dodici fatiche. Lui ha proprio una costellazione tutta sua.
 
Argo, ingegnere navale, costruisce con l’aiuto della dea Atena l’omonima nave sulla quale si imbarcano gli eroi; alla nave Argo sono dedicate non una, ma ben tre costellazioni.
 
Quindi come si può notare, quando ho detto all-star, intendevo proprio stelle stelle.
 
Oltre a questi, si uniscono alla spedizione anche una lunga serie di grandissimi figli di...(di Zeus, di Poseidone, di Ares e chi più ne ha più ne metta). Inoltre, Giasone ha anche la tatticissima idea di prendere con sé sulla nave uno dei figli del re Pelia, tale Acasto, così che il malvagio monarca non potesse mandare troppe maledizioni verso gli Argonauti.
 
Finalmente, i nostri salpano dal porto di Pegase e non appena preso il largo, per festeggiare, ovviamente cosa fanno? Se 'mbriacano. Antica espressione greca che sta a significare "bere copiosamente coppe di vino fino a perdere ogni inibizione ed iniziare a fare commenti sulle reciproche madri e sorelle, fino a scatenare allegre e gioiose risse". Orfeo, l'unico rimasto sobrio, forse perchè astemio o forse perchè semplicemente reggeva l'alcol più degli altri (il motivo non ci è stato tramandato), pensò bene di mettere tutti a dormire suonando una bella ninna nanna con la sua lira magica. Iniziamo proprio bene eh.
 
Dopo pochi giorni di navigazione tranquilla, ecco il primo intoppo. Bisogna fare scalo all'isola più vicina perchè sono finite tutte le scorte alimentari. E certo, cinquanta persone su una nave, che mangiano e bevono come geologi in una fraschetta dei Castelli Romani, ed ecco che le provviste di mesi vanno in fumo in pochi giorni. Complimenti a tutti. Sulla rotta c'è l'isola di Lemno, ed è lì che Giasone decide di attraccare. Ora, dovete sapere che l'isola era celebre per una sua peculiarità: era abitata da sole donne. Le famose Amazzoni. Donne guerriere, che avevano ucciso tutti i loro uomini. Storia molto carina la loro: la dea Afrodite, invidiosa della loro bellezza, aveva lanciato su di loro una terribile maledizione che le aveva rese tutte....brutte, direte voi. No. Non brutte. Puzzolenti. Belle. Ma puzzolenti. Tutti gli uomini le avevano quindi respinte e loro, rosicando, li avevano fatti fuori tutti. Capite quindi che scendere all'improvviso, in cinquanta, su una terra abitata da donne puzzolenti e intrattabili come se fossero sempre "in quei giorni lì", non era fattibile. Giasone però aveva un asso nella manica: si era infatti portato dietro un araldo abilissimo nelle arti diplomatiche, Etalide figlio di Ermes. Costui aveva il super-potere della super-memoria (peraltro indispensabile per ragionare con un branco di donne assetate di sangue): praticamente il padre gli aveva promesso di donargli qualunque cosa lui avesse chiesto, tranne ovviamente l'immortalità. Etalide allora chiese di avere una memoria eterna...ogni volta che fosse morto, si sarebbe reincarnato in un nuovo corpo mantenendo però tutta la sua esperienza di vita precedente (si narra che una delle sue reincarnazioni sia stato Pitagora!). Etalide, brandendo lo scettro di Ermes, riesce a convincere le Amazzoni a farli scendere e a rifornirsi sulla loro isola. Per due settimane. E non solo a rifornirsi aggiungo. Sulla nave Argo attraccata al porto erano rimasti solo Atalanta ed Eracle il quale, spazientitosi (e rosicando non poco, anche perchè sulla nave non si batteva chiodo e come provava ad avvicinarsi ad Atalanta lei gli puntava una freccia dove potete immaginare...) il quindicesimo giorno scese a terra e andò a riprendere per le orecchie tutti gli Argonauti.
 
Il viaggio prosegue. Ora c'è da superare il terribile stretto dei Dardanelli. Terribile in quanto il re di Troia, Lameodonte, padrone della parte turca dello stretto, non faceva passare alcuna nave greca. Ricordo che i fatti narrati anticipano di una generazione gli eventi della famosa Iliade di Omero, cioè la guerra dei greci contro la città di Troia...insomma, greci e turchi se sò sempre voluti bene.
 
Giasone avrebbe anche l'idea di ammorbidire il re mandando il solito Etalide a parlargli, ma giustamente l'araldo si rifiuta: "Dubito che andare lì ed iniziare il discorso con: Oh Lameodonte, figlio di Troia...sortirebbe l'effetto desiderato". I nostri eroi allora, optano per un piano così ben congeniato, che neanche Zeus in persona l'avrebbe potuto architettare: "Aspettiamo che si faccia notte, e proviamo a passare lo stesso. Magari non ci vede nessuno oh, non si sa mai". E così, zitti zitti quatti quatti, gli argonauti sfilano sotto il naso delle guardie appostate lungo la costa e dello stesso re. Suo figlio, il piccolo principe Priamo, prova ad avvertirlo ma Lameodonte lo liquida subito "buono buono, torna a giocare col tuo cavalluccio di legno, a papà". E' evidente che i Troiani non sono mai stati forti in quanto a sicurezza interna.
 
Argo si trova adesso a navigare nel Mar di Marmara, che separa il Mediterraneo dal Mar Nero. Non sapendo cosa fare, e poichè stavolta Orfeo aveva sequestrato tutte le bocce di vino, gli Argonauti decidono di sfidarsi tutti in una gara di resistenza come vogatori: l'ultimo a cedere sarebbe stato dichiarato Campione. Alla fine, in semifinale arrivano i quattro più quotati: Castore, Polluce, Giasone ed Eracle. Polluce viene eliminato ai rigori e Castore esce alla fine di una partita dal dubbio arbitraggio che lascia un grande strascico di polemiche. E' gran finale quindi tra il Capitano della nave e l'Eroe per eccellenza. Nessuno dei due vuole cedere, tanto è vero che Giasone sviene e a cedere in realtà non è Eracle, bensì il suo remo che va in frantumi...bisogna fermarsi di nuovo per le riparazioni. Orfeo scuote la testa e pensa che la prossima volta deve sequestrare anche le riserve di RedBull. La nave approda su una piccola isola vicina. Scendono in tre a cercare un tronco per sostituire il remo rotto: Eracle, il suo fidato scudiero ed amante Ila, ed un tizio di nome Polifemo (da non confondere col ciclope dell'Odissea). Eracle trova ben presto l'albero giusto e lo riporta sulla nave. Poi torna indietro a recuperare gli altri due. Passa quasi un giorno, e ritorna il solo Polifemo: "Giasone, mio Signore, Eracle ha detto se lo aspettiamo un attimo, che sta cercando Ila che s'è perso...". Ma Giasone è rigidissimo e ordina alla ciurma di levare gli ormeggi e ripartire. In molti provano a fargli cambiare idea "Ma Signore, ripartire senza Eracle è da folli vista l'impresa che ci attende! E' come avere in squadra Cristiano Ronaldo per una partita di calcetto e lasciarlo in panchina!", ma il Capitano è irremovibile: "Non ho altro tempo da perdere io! Ho detto che si riparte e si riparte. E poi la similitudine con Cristiano Ronaldo era già stata usata nell'articolo sull'Etna! Almeno un pò di fantasia". Il viaggio prosegue non privo di intoppi, tra tempeste e attacchi da parte di qualche bestiaccia. Muoiono pure un paio di Argonauti ma tanto non erano personaggi principali quindi, pace all'anima loro, si prosegue. Insomma, come vogliono gli dèi, finalmente la compagnia giunge sulle sponde orientali del Mar Nero, nella regione della Colchide. Prossima tappa la città di Ea, per conferire con il re Eete, custode del vello d'oro.
 
Giasone non è che abbia proprio un piano ben preciso in mente...semplicemente si presenta dal sovrano e gli chiede "per favore" di dargli il prezioso oggetto. Chiaramente, dopo essersi fatto una risata, Eete gli domanda se stia facendo sul serio, e dopo una seconda grassa risata fa per cacciare via tutti in malo modo. Poi però ci ripensa e dice: "Vabbè và, facciamo che puoi prenderti il vello" e udendo quelle parole il condottiero greco si sente molto sollevato, poi Eete aggiunge: "Peeeerò...." e Giasone alza gli occhi al cielo come a dire -e te pareva-. Il re continua: "Per poter mettere le mani sul bottino dovrai prima superare due prove!". Giasone inizia anche un pò a spazientirsi "Cioè mi stai dicendo che devo superare delle prove per prendere il vello, che è già esso stesso la prova che devo superare per riprendermi il regno? Oh ma che vi siete messi d'accordo tu e quell'altro? (Pelia, n.d.r.)". Eete illustra al nostro eroe le due terribili prove: la prima è arare un campo e la seconda è seminarlo. Facile no? E infatti Giasone si presenta convinto di dover soltanto usare l'aratro. Solo che l'aratro è legato a due tori giganteschi, rabbiosi e, particolare non secondario, con la capacità di sputare fuoco. Incredibilmente però, anche avvolto dalle fiamme tipo Torcia Umana dei Fantastici 4, Giasone non sembra patire alcun dolore, tanto è vero che tira due cazzottoni stile Bud Spencer in testa a i tori così da domarli e poter arare il terreno in tutta tranquillità.
 
"Ma come diavolo hai fatto???" domanda sorpreso Eete, "Lascia perdere. E poi che cos'è il diavolo??" risponde Giasone. Per la seconda prova il sovrano di Ea fornisce all'Argonauta dei semi da piantare nei solchi appena fatti. Solo che da quei semi nascono immediatamente dei guerrieri assetati di sangue greco! Giasone, per nulla sorpreso, prende una pietra magica e la tira in mezzo al gruppo di soldati, che come sotto l'effetto di un maleficio iniziano ad uccidersi a vicenda. Eete ancora una volta è sorpreso e deluso "Ma si può sapere come hai fatto??" domanda all'eroe, il quale risponde "Ma lascia perdere ti ho detto. Piuttosto, ora posso prendere il vello d'oro?". Il re non può rimangiarsi la parola e indica agli Argonauti un piccolo boschetto appena fuori le mura della città. Lì, sul tronco dell'albero centrale, è inchiodato il preziosissimo oggetto.
 
Giasone si reca in quel luogo tranquillo e sicuro di sè, entra nel bosco e cammina cammina cammina...si trova davanti un simpatico lucertolone sputafuoco. "Ah già, il drago..." pensa Giasone, mentre la bestia gli chiede "Chi sei e cosa sei venuto a fare qui??". L'eroe si arrampica sugli specchi: "Ehm sono lo hobbit, sono venuto qui con una compagnia di nani e uno stregone con la voce di Gigi Proietti..." il drago alza un sopracciglio; Giasone riprova, con la voce in falsetto: "Sono venuta a portare questo cestino alla mia nonnina..." il drago alza l'altro sopracciglio. Giasone non sa più che inventarsi "Senti sono venuto a rubare il vello d'oro ok!??" e a sentire questo il drago si infuria e carica il suo respiro di fuoco, poi però all'improvviso crolla a terra addormentato come un cucciolo. Ed ecco spuntare da dietro un albero la figlia del re Eete. Il suo nome è Medea e si tratta di un personaggio famosissimo della mitologia greca. Nipote della Maga Circe, la bella fanciulla si diletta di stregoneria, pozioni e filtri magici. Ma soprattutto, si è perdutamente innamorata di Giasone nell'istante in cui l'ha visto alla corte del padre, tanto da aiutarlo con la sua magia nelle prove fin qui superate. I due amanti rubano il vello d'oro e poi di corsa e di nascosto, tornano alla nave Argo dove li aspetta il resto della compagnia, per salpare immediatamente.
 

A questo punto, voi direte, il più è fatto. Basta solo seguire la stessa rotta del viaggio di andata per tornarsene comodi comodi in Grecia. E invece no. Perchè a questo punto succede una cosa che dai tempi del mito si ripropone, fino ai giorni nostri, ogni qual volta una compagnia di amici decide di spostarsi da un punto A ad un punto B. Succede che un membro della compagnia esordisce con la seguente frase: "Conosco una scorciatoia". Una sentenza.
 
Il viaggio della nave Argo. In blu la logica rotta d'andata. In rosso il tragico "giro di Peppe" del ritorno. (fonte: en.wikipedia.org)
 
E infatti, invece di riattraversare semplicemente il Bosforo, gli Argonauti si dirigono alle foci del Danubio, risalgono il fiume per un lungo tratto, poi si spostano verso l'Adriatico attraversandolo e imboccando l'uscita sul fiume Po. Risalgono il Po fino alle sorgenti e poi, nave in spalla (si.), scavalcano le Alpi rimettendo la nave in acqua sul fiume Rodano. Da qui di nuovo a piedi scendendo verso il Golfo di Lione e quindi via a navigare nel Mediterraneo, lungo il Mar Tirreno per una sosta al Circeo dalla zia di Medea. Dal Circeo attraverso lo stretto di Messina per sbarcare in Libia ed attraversarla di nuovo a piedi fino alla Tunisia dove chiedono informazioni. Da qui nuovamente in mare, rotta per l'isola di Creta dove si svolge il simpatico incontro col gigante Talos. Poi, prima di tornare in Grecia, i nostri eroi si ritrovano nuovamente sotto le coste della città di Troia. L'intero esercito troiano si dispiega e punta le frecce contro la nave Argo. I greci sono spacciati, ma mentre Giasone è già con un piede nella scialuppa tipo Schettino, con Atalanta che gli urla "Comandante, torni a bordo ca...!", e Orfeo sta suonando la sua lira tipo i violinisti del Titanic, si sente una voce tonante comandare agli arcieri di mettere giù le armi. E da dietro le linee nemiche spunta...Eracle! Proprio lui! "Ma che ci fate ancora qua??", chiede l'Eroe. "Lascia perdere è una lunga storia, piuttosto che ci fai TU là!?" risponde Giasone. "Mah niente, mi annoiavo ed allora ho fatto una capatina a Troia, ho deposto il loro re e ho preso il comando delle sue truppe. Così. Per sport". FINALMENTE gli Argonauti fanno rotta verso la Grecia, dove la Compagnia del Vello si separa. "Ciao a tutti è stato un piacere navigare con voi. Ci vediamo nel sequel!" dice Giasone. Ma il sequel non verrà mai girato. Infatti Giasone, dopo aver regolato i conti con lo zio usurpatore Pelia (conti regolati nel sangue, ovviamente), ed aver sposato Medea, negli anni si ritira sempre di più in se stesso. Lascia la moglie, non parla più con nessuno, è sempre più ossessionato dal Vello d'oro. Si riduce a vivere barricato in quel che resta della nave Argo, ora ridotta ad un cumulo di travi di legno marcescenti. Lo si può sentire parlare da solo, accarezzando il vello "E' mio...tutto mio...il mio tessssoro...". E così, con la mente ormai avvelenata, avendo abbandonato tutti coloro che gli erano stati cari, viene punito dal fato. Muore schiacciato da una trave della nave. Quella stessa nave che lo aveva portato alla gloria, ora sarebbe stata per sempre la sua tomba. E quindi cosa ci insegna questo mito? Due cose: la prima, banale, è che i soldi o in questo caso l'oro, non fanno la felicità. La seconda, che se hai Cristiano Ronaldo in squadra per una partita di calcetto non lo puoi lasciare in panchina.
 

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The terra-cotta army

L'ESERCITO DI TERRACOTTA (ITA)

“Victorious warriors
win first
and then go to war,
while defeated warriors
go to war first
and then seek to win”

Sun Zu

L'esercito di terracotta
 
 
“I guerrieri vittoriosi
prima vincono
e poi vanno in guerra,
mentre i guerrieri sconfitti
prima vanno in guerra
e poi cercano di vincere”

Sun Zu